IL PRIMO E L’ULTIMO
IL TRIBUTO
Quando ho deciso di scrivere un, doveroso, tributo a Franco Baresi, la mia prima idea sull’incipit è stato il classico:
“Purtroppo non ho mai avuto la fortuna di vederlo giocare ma…”
Poi mi sono fermato e mi sono reso conto che non era del tutto vero.
Per anni sono stato convinto che il mio primo ricordo calcistico fosse il Mondiale di Francia ’98. Avevo quasi sette anni e, nella mia memoria, era lì che tutto era cominciato.
Mi sbagliavo.
Il mio primo ricordo di calcio risale al 28 ottobre 1997.
Quella sera, a San Siro, andò in scena la partita d’addio al calcio di Franco Baresi. Io la guardavo da casa, mentre mio padre e mio fratello erano sugli spalti. Ricordo Gerry Scotti presentare uno dopo l’altro i campioni arrivati da tutto il mondo, mentre dagli altoparlanti risuonavano le note di The Final Countdown.
Ricordo il giro di campo finale, le lacrime di Franco, gli applausi interminabili di San Siro e Simply the Best che accompagnava uno dei saluti più emozionanti che il calcio abbia mai vissuto.
E soprattutto ricordo un dettaglio che oggi sembra appartenere ad un’altra epoca. Qualche giorno dopo la partita infatti, mio padre e mio fratello, tornarono a casa con le fotografie sviluppate dal rullino che avevano portato allo stadio. Non c’erano smartphone, non c’erano social network e nemmeno video da riguardare all’infinito. C’erano quelle fotografie di bassissima qualità, che rendevano eterno un momento.
Da quel 28 ottobre 1997 sono passati quasi trent’anni. Oggi mi accorgo che il mio primo ricordo di calcio non è stato soltanto l’addio di un campione. È stato il primo incontro con ciò che significa essere una bandiera.
IL MITO
Da bambino consumavo le VHS con le raccolte dei gol più belli di sempre. In una di quelle cassette c’era un gol in Milan-Fiorentina in cui Gabriel Batistuta segnava dopo aver fatto un sombrero a Franco Baresi.
Ricordo ancora la mia reazione. Non rimasi colpito dal gol di Batistuta. Rimasi colpito dal fatto che qualcuno fosse riuscito a superare Baresi.
Per me era quasi impossibile.
“Ma come ha fatto?” chiedevo senza parole a mio fratello che sorrideva per la mia innocenza.
Nella mia testa di bambino, alimentata dai suoi racconti, Franco Baresi era una specie di supereroe. Non immaginavo che potesse essere saltato da un attaccante, così come non avrei immaginato Marco Van Basten sbagliare un rigore. Semplicemente, certe cose non appartenevano al Milan che mi era stato raccontato.
Col tempo ho capito che anche i più grandi possono essere dribblati, possono sbagliare, possono perdere. Ma forse è proprio questo il segno della loro grandezza: quando un singolo episodio diventa memorabile non per ciò che accade, ma perché accade a loro.
Prima ancora di conoscere Franco Baresi come calciatore, ne avevo conosciuto il mito.
IL VOLTO DEL MILAN
Quando si parla della formazione ideale della storia del Milan, le discussioni non finiscono mai. C’è chi preferisce Kaká a Rui Costa, chi Sheva a Nordahl, chi Gullit a Savicevic.
Eppure ci sono tre maglie che sono sottratte a qualsiasi dibattito.
La numero 3.
La numero 6.
La numero 10.
Paolo Maldini, Franco Baresi e Gianni Rivera non occupano semplicemente tre ruoli. Sono i tre pilastri della storia del Milan.
Ognuno rappresenta un volto diverso del Milanismo.
Rivera è l’eleganza. Il golden boy, primo Pallone d’Oro italiano, il talento che rende semplice l’impossibile. Un principe prestato al calcio che non aveva paura di denunciare le ingiustizie subite davanti ai microfini.
Maldini è la continuità. Una dinastia reale che attraversa generazioni, da Cesare a Paolo passano, seppur in minima parte dal figlio Daniel, e che per oltre mezzo secolo ha identificato il Milan nel mondo. Paolo come Gianni sembrava destinato alla carriera che ha avuto. Anche lui come Rivera non ha mai avuto paura di dire le cose davanti alle telecamere e questo probabilmente come per il Dieci, gli è costato – assieme ad altro che però non è il momento di commentare – anche dei ruoli dirigenziali.
Baresi, è qualcosa di diverso.
È il ragazzo che viene scartato dall’Inter, che gli preferisce il fratello Giuseppe, considerandolo troppo gracile. È il capitano timido davanti ai microfoni, che quasi abbassa lo sguardo di fronte a chi lo sta intervistando ma allo stesso tempo gigantesco leader quando c’è da guidare una squadra. È il campione che resta quando il Milan precipita in Serie B e decide di riportarlo dove sente che appartiene.
Se Rivera rappresenta la nobiltà e Maldini il sangue rossonero, Baresi rappresenta l’appartenenza, rappresenta il tifoso “comune” che ha realizzato il sogno.
Per anni ho quasi vissuto come una piccola ingiustizia il coro “C’è solo un capitano”. Sono cresciuto con Paolo Maldini e mi sembrava ingeneroso metterli a confronto, sminuendo Paolo.
Oggi credo di aver capito che quel coro non voleva stabilire chi fosse il migliore.
Voleva semplicemente riconoscere che Franco Baresi era diventato il simbolo di un modo di essere milanista.
Perché la fascia da capitano non indica soltanto chi guida una squadra.
A volte identifica chi riesce a rappresentare un’intera storia, e nessuno, per quanto grande, è mai riuscito a rappresentare il volto del Milan meglio di lui.
I TROFEI
La cosa più sorprendente quando si pensa alla carriera di Franco Baresi è che le immagini che più lo rappresentano non coincidono necessariamente con i suoi trionfi.
Eppure di trionfi ne ha collezionati abbastanza da riempire una bacheca che pochi possono anche solo immaginare.
Se dovessi scegliere due fotografie per raccontare chi è stato Franco Baresi, sceglierei invece una sconfitta e una promozione.
La prima è Pasadena, 17 luglio 1994.
Venticinque giorni prima era stato operato al menisco. Sembrava impossibile che riuscisse a recuperare per giocare ancora una partita di un mondiale. Invece tornò in tempo per la finale e disputò una delle più grandi prestazioni difensive che si ricordi. Annullò Romário e Bebeto per centoventi minuti. Poi arrivò la lotteria dei rigori e quel pallone finì alto sopra la traversa.
Molti ricordano quell’errore.
Chi ama il calcio ricorda soprattutto la partita che lo aveva preceduto.
La seconda fotografia è ancora più significativa per quanto rappresenta.
È Franco Baresi che conquista la promozione dalla Serie B.
Può sembrare assurdo ricordare una promozione parlando di uno dei calciatori più vincenti della storia del Milan. Eppure è proprio lì che si comprende fino in fondo cosa abbia rappresentato.
Chiunque sogna di vincere una Coppa dei Campioni.
Molti meno sono disposti a restare quando tutto crolla.
Baresi rimase.
Scelse il Milan quando sarebbe stato facile scegliere altro.
Ed è forse questa, più di qualsiasi Coppa dei Campioni, più di qualsiasi Scudetto e più di qualsiasi trofeo individuale, la vittoria che racconta davvero chi fosse Franco Baresi e perchè è così importante per la storia rossonera.
E Franco Baresi, prima ancora di essere il più grande numero 6 della storia del Milan, ha scelto ogni giorno di essere semplicemente il suo Capitano.

GRAZIE
Diverse volte in articoli di aspra critica alla società ci è capitato di scrivere o di leggere da altre parti frasi forti come “Il Milan è morto.” Bè questa volta, purtroppo, ci siamo più vicini che mai.
Esistono coincidenze che sembrano scritte da uno sceneggiatore. Franco Baresi ha indossato il numero 6 per una vita intera. Se n’è andato a 66 anni, dopo aver dedicato la sua esistenza al Diavolo, simbolicamente rappresentato dal numero 666. È solo uno di quei simboli che il calcio, ogni tanto, regala a chi ama raccontarlo.
Sono certo che se il Milan avesse costruito uno stadio di proprietà in solitaria non ci sarebbero stati dubbi su come intitolarlo. In queste ore leggo che potrebbero intitolargli la curva Sud, altro gesto che sarebbe secondo me rappresentativo di quanto sia importante per la storia del Milan.
Quando fra cent’anni qualcuno chiederà cos’era il Milanismo, probabilmente non servirà una definizione. Basterà mostrare una fotografia di Franco Baresi con la fascia al braccio.
Perché i campioni si ricordano per quello che hanno vinto.
Le bandiere per quello che hanno scelto.
Grazie Capitano.
