SEI ovvero L’OPACITA’ AUREA
Quando stamattina lessi il messaggio della mia compagna che annunciava laconicamente la scomparsa del capitano, la prima cosa che mi venne in mente – eccezion fatta per un precipuo e paralizzante senso di tristezza – fu un verso di una poesia di Tolkien:
Non tutto quel ch’è oro brilla
Questo stilema mi ha sempre colpito, in particolare per il suo messaggio nascosto.
Solitamente la frase viene intesa come monito a diffidare di ciò che “brilla”, in quanto dietro a questa luminescenza accecante potrebbero in realtà celarsi tesori dal valore infimo o addirittura nulla.
Una versione fantasy del più celebre motto popolare l’abito non fa il monaco.
Ma c’è dell’altro..
Il verso, infatti, non ci sta solo dicendo che ciò che luccica non è sempre oro, ma al contempo sottintende che non sempre ciò che è oro luccica. Il più delle volte il tesoro vero, l’oro, non viene messo in bella vista, non viene mostrata in pubblica piazza, non viene annunciato ai quattro venti. Al contrario, viene nascosto, custodito, lontano dalle apparenze e dagli strepitii degli applausi da salotto.
L’oro, quello vero, lo si trova scavando nella terra, affondando le proprie mani nel sottosuolo e inzaccherandosi di fango. L’oro, quello vero, non ha nulla a che fare con le patacche placcate e ricoperte di pietre tanto luminose quanto scadenti che si vedono esposte nelle vetrine più alla moda, delle via più frequentate, delle città più cosmopolite.
Franco Baresi era questo.
Spettinato, trasandato, riservato, silenzioso di un silenzio assordante, quello che ti fa vibrare l’anima quando viene catturata da due occhi glaciali, i suoi occhi, fissi e seri, che non solo ti guardano, ma ti attraversano, trafiggendo il velo di Maya per vedere cosa c’è oltre la soglia.
Mai una parola di troppo. E quelle che diceva non erano mai fuori luogo.
Mentalità contadina, la sua, di chi sa che per mangiare bisogna piegarsi la schiena e lavorare. Perché con le parole non convinci la terra a darti i frutti. Solo con le azioni puoi portarti un pasto caldo sul tavolo.
Franco Baresi era questo.
Pochi proclami, molti fatti, il più coraggioso dei quali – perché un atto d’amore è prima di tutto un atto di coraggio, e viceversa – fu quello di scendere nell’inferno della serie B con il suo diavolo. Il nostro diavolo.
Con il suo popolo. Il nostro popolo.
Con noi.
E’ pieno di luci in paradiso, ma per noi milanisti nessuna di queste potrà mai brillare quanto fece l’opacità di quella maglia rossonera numero 6 nella notte più buia della nostra storia.
Non esiste una parola nella lingua degli uomini che possa restituire il senso profondo di gratitudine, riconoscenza, affetto e amore che noi tutti abbiamo provato per te, capitano.
Nemmeno il più ispirato degli aedi avrebbe mai potuto immaginare e cantare un amore così completo e perfetto come quello che c’è stato fra te e il Milan. Due anime in un solo corpo, una lunga attesa di quasi un secolo prima del vostro incontro, come se foste due prigionieri di un samsara ingiusto tessuto da un karma invidioso. Ma, alla fine, nulla può opporsi al piano dell’Onnipotente.
Ed è veramente difficile non credere che ci sia un disegno divino dietro la tua carriera.
La firma dell’artista è stata ben stampata per anni dietro la tua schiena:
6
O se vuoi, sei.
Seconda persona singolare. Presente.
Né passato, né futuro. Presente.
Franco Baresi era è questo.
E’ l’amico che quando sei in difficoltà affonda le mani nel fango affinché le tue rimangano pulite. E’ il padre che ti fa scudo col suo corpo quando i marosi della vita si affacciano minacciosi all’orizzonte. E’ il fratello che ti incoraggia e ti tende la mano quando tu, stanco di tutto, stai pensando di lasciarti andare.
Franco Baresi è uno di noi. Il migliore di noi.
E oggi, noi milanisti, cosa possiamo fare?
Oggi che siamo tutti un po’ più soli, un po’ più impauriti, un po’ più arresi.
Che possiamo fare?
Bè, una cosa la possiamo fare.
Possiamo dire ancora, e per sempre: grazie.
Grazie Dio per averci dato Franco, e grazie Franco per averci dato Dio.
E’ il momento di riposare, capitano, e di guidarci da lassù, mentre noi proteggeremo il Milan al posto tuo, come tu ci hai insegnato, come hai sempre fatto, fino alla fine dei tuoi giorni.
Franco Baresi è questo. E molto molto di più.
Io, purtroppo, non ho potuto godere appieno in prima persona delle sue gesta sportive. Le sue imprese mi sono state tramandate da mio padre, la prima persona a cui ho scritto quando ho saputo della triste notizia. Eppure, non nascondo che non ho potuto trattenere una lacrima che in tutti i modi ho tentato di arrestare virilmente ma che, altrettanto virilmente, si è fatta strada tra le mie palpebre, trovando la meritata libertà solcando le enormi distese della mie guancia.
Se ne va un pezzo di noi.
Se ne va un pezzo di me.
Solo un pezzo però.
Perché sono sicuro che, da qualche parte, in un angolo del nostro cuore, lo potremo sempre ritrovare. Nascosto, in disparte, timido, un po’ nell’ombra. Non fa nulla se non brilla o se non appaga l’occhio o se non scalpita per farsi vedere. Noi lo sappiamo che lui sarà sempre lì per noi. Pronto a difenderci ancora una volta. Ancora una.
Torna a casa Franco, la tua mamma e il tuo papà ti stanno aspettando.
Buon viaggio e arrivederci, piscinin.