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FULLKRUG, FRATELLO MIO

Oggi è l’ultimo giorno di ferie ed io mi sto preparando al rientro al lavoro con la stessa speranza verso il futuro di uno appena salito su un treno con destinazione Polonia nel 1944.

Vagabondando tra le mura domestiche, ho cercato di trovare una tra le mille attività che ho fatto in queste due settimane di meraviglioso digiuno lavorativo che potesse farmi provare ancora un ultimo disperato respiro di libertà, prima di incamminarmi sul viale del supplizio.

Ma qualsiasi cosa pensassi (che fosse suonare il piano o giocare a Final Fantasy VI o leggere la Bibbia), subito mi sembrava troppo ingombrante in termini di tempo rispetto alle altre attività. E in ugual misura, l’ipotesi di fare tutto quanto mi pareva troppo dispersiva.

Non riuscendo a trovare una soluzione, mi stavo preparando a fare l’unica cosa che una mente sana e timorata di Dio avrebbe potuto concepire: un bel cappio della taglia del mio collo.

Ma proprio in quel momento, un pensiero mi balenò nella mente, come i raggi B nel buio del capolavoro Blade Runner. Un’immagine che più di tutte è riuscita a donarmi un sincero momento di felicità in questi giorni desolanti di fine impero festivo: la spizzata di Fullkrug.

Sull’orlo del baratro si trovano sempre le risposte che tanto cercavamo. Pertanto, scesi dalla sedia, riposi il cappio per qualche altra occasione (tipo domani mattina dopo il suono demoniaco del guardiano del tempo meccanico del capitalismo apolide) e mi misi davanti al computer.

Ed eccomi qua!

In quanti, come me, hanno pianto vedendo il nostro nuovo acquisto, Niclas Fullkrug, fare una cosa da attaccante?

Cioè, vi rendete conto?

Abbiamo un attaccante! Intendo, uno vero! Non quelle macchiette adattate o quei deprecabili attaccanti “moderni” che…anzi, sapete cosa? Parliamo due minuti degli attaccanti “moderni”.

Come ben sapete, io considero la modernità come la peggiore disgrazia mai capitata al genero umano da quando è sceso dagli alberi (milioni di anni fa per noi, qualche decennio fa per alcuni anglosassoni, anche se non è ancora del tutto chiaro se quest’ultimi possano definirsi afferenti al genere umano).

La modernità non ha portato a nessun miglioramento.

Ha solamente preso quello che c’era prima, lo ha demolito e poi ne ha riproposto una versione similare, ma degenerata e demente. E questo è stato il suo modus operandi in ogni settore in cui ha messo mano.

Non so vogliamo parlare dell’arte ad esempio?

Un tempo la Mona Lisa, oggi un tizio che caga nei barattoli.

Vogliamo parlare del lavoro? Della politica? Della cultura? Della filosofia? Scegliete a caso e confrontate ciò che c’era prima e ciò che è venuto dopo. Se siete onesti, non potrete fare a meno di giungere alla seguente conclusione: la modernità è un letamaio.

Nemmeno il calcio si è salvato da questo morbo pestilenziale.

E infatti oggi ci troviamo nell’apogeo del calcio “moderno”, pieno di visioni “moderne”, con dirigenti “moderni” e ruoli calcistici “moderni”

Non voglio approfondire troppo l’argomento perché altrimenti dovrei scrivere un libro e non ho la minima intenzione di passare l’ultimo giorno di vacanze senza tentare l’assalto alla torre di Kefka.

Mi limiterò dunque all’ultimo punto, ossia i ruoli calcistici “moderni”.

Per farla breve, sono una coglionata colossale.

A partire dal portiere che, a quanto pare, non è più richiesto che pari, ma che imposti come un regista. Letteralmente l’unico ruolo che può usare le mani e i grandi filosofi del calcio contemporaneo non ne tengono minimamente conto. Per non parlare poi dei terzini che non devono difendere e, soprattutto, degli attaccanti che non devono attaccare. Nereo Rocco una volta disse:

“Una squadra perfetta deve avere un portiere che para tutto, un assassino in difesa, un genio a centrocampo, un mona che segna e sette asini che corrono.”

Dio ti abbia in gloria, Nereo.

Oggi, invece, pare che tutti abbiano rinunciato alle individualità per avere undici asini che corrono!

Si potrebbero passare ore a discutere di quale sia stato il problema precipuo alla base di questa trasformazione moderna, ma non è questa la sede.

Il succo di questo discorso è che anche noi tifosi dell’AC Milan stiamo pagando da diverse stagioni la tassa della modernità, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della punta.

Mestieranti presi dalla strada e poveri cristi messi alla berlina per soddisfare le fantasie malate di allenatori megalomani e livornesi.

Ogni giorno, quando aprivo gli occhi, ripensavo ai bei tempi di Oliviero (soprattutto quando si girava..godo ancora, merde!). Sembravano così lontani e irraggiungibili quei momenti in cui un attaccante di ruolo riusciva a fare reparto da solo, lottando con i difensori, riempiendo l’area, tenendo su i palloni, facendo respirare la squadra quando serviva, rallentando e accelerando il ritmo e, soprattutto, segnando.

La semplicità di un ruolo cruciale, sacrificata sull’altare del delirio e delle illusioni collettive.

Poi, in un freddo venerdì di gennaio, un uomo venuto dal nord fa due tocchi semplici, sgraziati, brutti, da attaccante vero.

Tradizione non vuol dire venerare le ceneri, ma preservare il fuoco.

Fullkrug, un ubermensch dell’ario popolo, nella sua umiltà da boscaiolo, senza un grande passato né un grande futuro, ci ha mostrato ancora una volta come il calcio sia uno sport semplice.

Quanto sarebbe facile passare a una difesa a quattro, con tre centrocampisti di cervello e corsa e un attacco a tre con lui come perno?

Lo possiamo fare. Lo dovremmo fare.

Ma non lo faremo.

Perché la modernità punta solamente ai risultati (economici), e finché questo barcollante sistema tenuto insieme dallo scotch (sia il nastro adesivo che l’alcolico) e dalla propaganda garantirà il quarto posto, nessuno farà nulla.

Come sempre, l’unica nostra alternativa è la ritirata strategica (il “passare al bosco” jungeriano).

Io non so come sarà l’avventura di Fullkrug al Milan, se un totale disastro o un piattume mediocre. Non ne ho idea. Ma sono felice di aver visto quel modo di giocare ancora una volta. Sono felice di aver visto un Marcantonio sgraziato e imperioso mettere in pratica l’ABC del ruolo che ricopre, portando una briciola di ordine temporale nel disordine spaziale della modernità.

Sono con te, Niclas.

Ad maiora.

(P.S. Mentre guardavo Cagliari-Milan mi sono reso conto che ‘moderni’ è l’anagramma di ‘merdoni’. Coincidenza? Io non credo..)

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